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REMAINDERS/REMINDERS - RECENSIONI INATTUALI E AMENITA' DI VARIA UMANITA' - (A CURA DI GAVINO ANGIUS)
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Maggio 2003

Giancarlo Fusco non era uomo da sequel


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Recensioni inattuali
e amenità di varia umanità


(A cura di Gavino Angius
gavino.angius@italialibri.net)
Nato nel 1957, vive a Cagliari.Ha pubblicato due livre d'artiste in edizione numerata, articoli, versi e saggi su un quotidiano e diverse riviste, tra le quali Tam Tam, Cervo Volante, L'Area di Broca e, in rete, Sciacallo. Un suo racconto é presente nell'antologia La scatola del Dottor Wallaby.
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ra le forme di civile convivenza e di senso della comunità a rischio d’estinzione, una delle più notevoli, in letteratura, è l’arte di spararle grosse. Con buona pace di Nietzsche, l’epos nasce dal sogno dionisiaco di un briccone non so quanto divino, d’un trickster di provincia. Agli albori di tutte le narrazioni, c'è un reduce beone, miles gloriosus, millantatore, ballista da taverna, disposto, in cambio di qualche coppa di vinaccio, a rallegrare o uggiare l’uditorio con assedi, duelli, epifanie improbabili come ex-voto, peripli perigliosi, mostri e terre esotiche, maliarde e dark ladies più o meno senza veli.

L’uomo d’azione che per ripiego o calcolo diventa uomo di penna è tutt’altro che raro, e dà origine a una pletora di generi e sottogeneri, dal commentario cesariano alle canzoni di D’Annunzio. Per solito ciò avviene senza la scorta dell’acribia documentaria di Flaubert o dei mostruosi taccuini di Dostoiewskj ed Henry James, lussi da sedentario. Sia detto senza spocchia, l’alunno di Flaubert può scimmiottare l’ubriacone ballista (Vargas Llosa per tutti), ma non credo che in natura possa darsi il contrario. Segno della primazia, appunto, che dobbiamo riconoscere al reduce riciclato.

Non si può stabilire una genealogia di questi irregolari, visto che ciascuno fa scuola a sé.

Vorrei quindi segnalare un unicum nella storia della narrativa italiana del ‘900, che manda a carte quarantotto schemi e problemi: il romanzo Duri a Marsiglia (1974) di Giancarlo Fusco.

Fusco (1915–1984), chi era costui? Giornalista principe e flâneur, personaggio se mai ve ne furono, la bibliografia degli aneddoti sul suo conto è senz’altro molto più cospicua di quella formata dai suoi libri editi, in vita e in morte. Articoli e corrispondenze sperperati per oltre quarant’anni su una miriade di quotidiani e riviste, conversazioni in salotti radiotelevisivi o ai tavolini dei caffè, qualche manciata di racconti, un romanzo più o meno autobiografico. Duri a Marsiglia, appunto.

Immaginate che sotto il fascismo, un diciottenne di buona famiglia, figlio d’un ufficiale, inquisito per le sue simpatie anarchiche, valichi le Alpi, traghettato da uno spallone, con un Baudelaire nella bisaccia, e fugga in Francia. E che qui venga assoldato dalla malavita calabrese, ascendendo i gradini della gerarchia da magnaccia a buttafuori a pistolero, fino a diventare braccio destro d’un temutissimo boss. Dico: “immaginate”, perché Fusco tutte queste cose le gabella per vere e vissute: autobiografia e non finzione, quindi. C’è però puzza di romanzo, ci sono spie forti, specie per scene e situazioni che il nostro non può aver visto in prima persona, e nessun altro può aver egualmente visto, e tanto meno avergli riferito, e con tanta vivezza e lusso di particolari. C’è il parere contrario di qualche studioso che, ahinoi, gli rovista le bucce, sostenendo, col registro dell’anagrafe e il bilancino della verosimiglianza alla mano, che il Fusco a Marsiglia non c’è mai stato, né tanto meno ha indossato doppiopetti gessati, spalmato brillantina al mughetto sui capelli e portato a spasso in saccoccia una Walter PPK calibro 9. Romanzo d’appendice, allora, letteratura di genere, pulp, noir, picaresco.

Un noir? Sgombriamo il campo dagli equivoci: l’autentico noir mette radici dove spesseggia il senso di colpa. Fusco, lasciatemelo dire, ne è, edenicamente, del tutto sprovvisto. Romanzo picaresco, allora? Manca, qui, del picaro, la viandanza irrequieta. Il protagonista coltiva aspirazioni tutto sommato borghesi, corteggiare una ragazza di buona famiglia, rimpannucciarsi, e il suo baudelairismo resta decorativo: decide di ribattezzarsi, pensate un po’, Charles Fiori.

Sotto l’usbergo di questo nome d’arte si tuffa nella vita della mala.
Droga e puttane, guerre fra bande corse, calabresi e catalane, regolamenti di conti con sparatorie semplici o acrobatiche, iniziazioni mafiose con bacio in bocca e litanie dei santi, raids, attentati dinamitardi, summit fra boss di etnie diverse, sgarri d’amore puniti con l’asportazione, au vif, dei denti della donna ritrosa. Ineffabili omini de panza e guardaspalle dalle basette memorabili che rispondono agli epici appellativi di Don Raffaele Jambe-mince, Pilù, Patatrac, l’Artilleur, La Carpe, Doigt-coupé, un universo fermo alla fase adamica della nominazione, eppure già precipitato in una babele pseudo-francofona screziata di catalano e napoletan-calabro-siculo.

Fra i cliché al cubo, rivisitazione spinta di ogni possibile luogo comune, che accelera e avvita nel maelström d’una pellicola impazzita aneddoti, personaggi, schizzi di sangue ed esplosioni, c’è posto per qualche svista clamorosa come la comparsa del solleone a gennaio, come per acutissimi saggi politico-sociologici schizzati in venti righe, che virano decisamente verso i lidi del romanzo storico. Chi volesse comprendere l’atteggiamento della borghesia progressista, e di quella reazionaria, nei confronti del fascismo in ascesa, legga le prime pagine con la lente d’ingrandimento.

In questo scialo di truculenze e manierismi, rischia di passare inosservato l’asse sapienziale che fa di questo libro, a suo modo, anche un breviario di morale. Morale, beninteso, che arieggia piuttosto Jünger e qualche Cirenaico minore.

In due pagine a specchio (50 e 51), il botta e risposta fra un galoppino della banda e il nostro eroe, che, interrogato sui motivi della sua fuga oltralpe, a domanda risponde: «Sono anarchico…un individualista. Un libertario. Non credo a questa società. Ai suoi sistemi. Alle sue istituzioni. Alle sue leggi e alla sua falsa morale. Tutte trappole per fregare i poveri e favorire i ricchi…». Da uomo pratico, il tirapiedi replica: «Anche gli irregolari si possono mettere in regola. A modo loro. Senza mettersi in fila con le pecore e coi conigli! Voi, benché avete studiato, siete un picciotto a posto.» Va da sé che l’essere a posto significa non farsi camminare sui piedi. Punto d’incontro che rende pacifica la convivenza tra libertà dell’animo e disciplina banditesca.

La disciplina è un passo imprescindibile per l’uomo che vuol essere veramente libero. Libero innanzitutto da se stesso, pronto a buttarsi via, come gli ha insegnato l’anarchico Menconi. Chiameremmo volentieri Jünger o Aristippo di Cirene a conferire un minimo di sostanza teorica all’assunto, ma Fusco, anguillescamente, scappa via con una giravolta.

Azzoppato in una sparatoria, ravvisato dal boss dei boss per quello ch’è veramente, un ragazzotto di buona borghesia, Charles Fiori viene restituito a Giancarlo Fusco, con una specie di bonario foglio di via. La mafia lo licenzia con onore, e, già che ci siamo, con un bel gruzzolo. Che se ne torni a Genova, in famiglia.

Il padre capitano e la madre patronessa di colonie elioterapiche riabbracceranno il figliol prodigo?

Forse, ma più tardi, perché questo, con un’alzata d’ingegno imprevista, varca i cancelli della Legione Straniera, promettendo al lettore una puntata successiva della sua storia.

Che non ci sarà, o che durerà, abilmente frammentata e dissimulata in mille trouvailles autobiografiche, per quant’anni ancora Fusco si struscerà alla carta stampata.

Non era uomo da sequel.

Milano, 16 maggio 2003
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