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REMAINDERS/REMINDERS - RECENSIONI INATTUALI E AMENITA' DI VARIA UMANITA' - (A CURA DI GAVINO ANGIUS)
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Dicembre 2003


Ex-libris
Recensioni inattuali
e amenità di varia umanità


(A cura di Gavino Angius
gavino.angius@italialibri.net)
Nato nel 1957, vive a Cagliari.Ha pubblicato due livre d'artiste in edizione numerata, articoli, versi e saggi su un quotidiano e diverse riviste, tra le quali Tam Tam, Cervo Volante, L'Area di Broca e, in rete, Sciacallo. Un suo racconto é presente nell'antologia La scatola del Dottor Wallaby.
Per ItaliaLibri ha curato:
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Dico a te, Clio
Il diavolo al Pontelungo
Canne al vento
Case, amori, universi
I
beati anni del castigo
La giacca verde
Opera aperta

Remainders/reminders
Le tentazioni della memoria
Contro-storia delle utopie
Tenerissimo duro
Le istantanee tragedie nei racconti di Giuseppe Pontiggia
La mano sinistra di Flaubert
Nikolay Vasilyevich Gogol
è chi è uscito dal Cappotto di Gogol’, come ebbe a dire Dostojewskji di se stesso e dei suoi contemporanei russi. C’è chi, con alterna fortuna e senza ammetterlo, sbuca da The killers di Hemingway, dal Decameron o dalle Novelas ejemplares.

Qualcuno potrà riluttare davanti ai Trois Contes, ritenendoli opera dalla mano sinistra di Flaubert, mentre la destra attendeva alle ambasce estreme di Bouvard et Pécuchet. Il romanzo resterà incompiuto, ma le tre perle brevi replicano, concentrata, la luce dei romanzi precedenti, e, al dilà delle dichiarazioni autoriali, la figura del narratore Flaubert sta intera nei Trois Contes, condensata con levità signorile e austerità testamentaria.

Romanzo, racconto. Ha senso fare di queste distinzioni, se perfino monumenti primevi del narrare come i poemi omerici sono frutto di cantari più brevi giustapposti, senza che le parti ne abbiano a soffrire, né l’insieme risulti infiacchito. Sembrerebbe che il racconto breve preceda, nell’ontogenesi letteraria, il romanzo, e che per ciò debba avere una funzione preliminare, al massimo ancillare rispetto alla forma più estesa, evoluta e complessa. Ma, avvertiti dai tanti casi nei quali le dimensioni non fanno fede né della bontà né della complessità, ci domanderemo se sia più fisiologico (nel senso di “naturale”) il racconto rispetto al romanzo, e se soprattutto il racconto sia più intelligente del romanzo. Se ciò dovesse essere dimostrato, seppure in via induttiva, ci daremmo ragione della scemata popolarità del racconto. Di questi tempi, naturalità e intelligenza risultano poco accetti.

Ci sarà una differenza genetica fra l’autore di racconti e il romanziere? Avrà il primo un’oncia di pigrizia in più rispetto al secondo? Sarà costretto da un’estrinseca provvisorietà, per esempio l’assenza d’una stanza tutta per sé, a comporre opere di breve respiro? Ciò valga anche per il lettore: esiste la categoria “lettore di romanzi” vs quella “lettore di racconti”? E se vogliamo compiere il salto e andare a sbattere col cranio contro i cieli della metafisica, il valore del tempo e della parola, non in senso originario come nella poesia lirica, ma in quello diegetico, è diverso, più pesante/profondo nel racconto?

Soppesiamo l’agudeza di Borges: ciò che viene narrato in un romanzo può essere agevolmente compendiato in un racconto, che, a sua volta, si presta ad essere ridetto a voce da un uomo intelligente. Prendiamo in seria considerazione lo statement del Bloom di Come si legge un libro: «Le novelle prediligono l’implicito: costringono il pubblico a essere attivo e a cercare spiegazioni che lo scrittore omette.»

Con questi crismi, il racconto assume il punto di vista dell’attenzione, che nella vita schematizza e stilizza, sceglie o tralascia. Unica tangenza naturale possibile tra vita e letteratura, impone un’angolazione arbitraria ed enigmatica a chi sonda il vissuto o ricostruisce volti e vicende nella memoria. Il romanzo scansa l’enigma, e quando nasconde, redige all’istante un patto che lo costringe a rivelare prima che sia scritta la parola “fine”.

È giunto il momento di pagare un debito di riconoscenza nei confronti di Margaret Collina, che su queste colonne conduce da tempo una meditata e generosa campagna per la rivalutazione del narrare breve. Devo a lei l’impulso iniziale per queste riflessioni, e molte delle idee che vado esponendo sono attinte dalla nostra corrispondenza. Proprio Margaret Collina, nella sua rubrica Ex libris puntualizzava come da più parti si lamenti una caduta d’attenzione verso il racconto. Una rivalutazione appare necessaria, dunque, in un momento in cui autori, editoria e pubblico sembrano aver derubricato il racconto. Saranno pure oggettive le cause addotte da chi non vuole o non può scriverne, leggerne o pubblicarne. Sarà un segno dei tempi, come sembra suggerire il coro che depreca la poca ricettività dell’editoria e del pubblico, la scomparsa delle riviste o della tradizionale “terza pagina” dei quotidiani, che hanno sempre fatto da palestra agli autori.

La civiltà del racconto s’inaugura certo con Boccaccio. Prima c’è l’aneddoto, o la saga. Il civile novellare è altra cosa. Sonetto e novella sono le forme espressive cardinali della tradizione italiana, se solo una delle due venisse meno, scomparirebbe tutta una civiltà. La matrice del racconto è la cortesia, che predilige il tratto breve e allusivo, su cui fonda la cultura dei rapporti, della conversazione, dello scambio di ciò che vi è di nuovo e notabile. Di converso, il romanzo, come gesto artistico e come ideale fruizione, è un solipsismo, congruo a una società nella quale i rapporti si sgretolano.

Ma per cercare d’interrompere in qualche modo il circolo vizioso nel quale autori, editori e pubblico accampano forme di renitenza addossandone la causa agli altri, noteremo che quotidiani e periodici non strettamente letterari ospitino solo episodicamente racconti (e incipit di romanzi, a mo’ di anteprima), esibiti come curiosità o rarità, o per scopi pubblicitari, o ancora come passatempi estivi, seppure di classe. Di autori collaudati, in genere, come per esempio ha fatto di recente la rivista «Il Domenicale». Meritoriamente, perché si trattava di autentiche chicche. Deplorevolmente, perché mai di vere novità si trattava, sibbene di “riscoperte”, che se da un lato avevano un intrinseco valore estetico, dall’altro riproponevano autori pacificamente defunti.

Non voglio inaugurare una querelle fra antichi e moderni: immagino però che gl’inserti settimanali del «Corriere della Sera», della «Repubblica», de «Il Sole 24 Ore» (per limitarmi testate assai diffuse) non andrebbero in perdita secca ospitando (e, meglio ancora, commissionando) racconti d’autori italiani viventi, possibilmente giovani.

Non sarebbe un surrogato della Legge Bacchelli, né una forma di mecenatismo spicciolo. Perché il necessario correttivo c’è, ci dovrebbe essere: la qualità.

Accetterebbero i nostri scrittori la prova del fuoco? Si rimboccherebbero le maniche per essere leggibili, appetibili, vendibili, competitivi? Si metterebbero, o rimetterebbero in gioco, sfidando le aspettative di un pubblico più ampio, eppure selezionato? Tornerebbero a sperimentare, come fa la giovane pattuglia di narratori che dà vita alla pregevole rivista romana «Accattone», traducendo la cronaca in racconto? O cercando di andare oltre la consueta (ahimé consunta) tentazione della non-fiction, del noir, o dell’effusione immediata?

O ripristinerebbero forme provvisoriamente dismesse, spingendo in avanti i limiti di risultati già acquisiti? Perché è possibile che ci sia una sorta di carenza, chiamiamola “scolastica”, formativa, di base, che condiziona l’immaginario delle tre parti in causa. Lo scarso o nullo riguardo verso la tradizione del racconto nel Novecento italiano, che sta lì, per chi voglia misurarcisi e approfittarne, ammonimento o invito, a seconda di come la si voglia considerare, con una casistica che offre molteplici esempi e sfaccettature.

Molta dell’ottima narrativa italiana del ‘900 è rappresentata da racconti. Anzi, le opere maggiori di tanti nostri narratori andranno ricercate tra le raccolte di racconti, o per lo meno, in certi casi, troveremo che la qualità di queste ultime pareggia quella dei romanzi.

Vogliamo fare casistica, fornire pezze d’appoggio? Del primo tipo abbiamo casi strepitosi come Parise, con gl’imperdibili Sillabari, dallo stile prosciugato e refrattario, d’un’estrema compressione, che fa loro assumere un peso specifico che va ben oltre quello dei pur splendidi romanzi.

Né Rea (Domenico) ha mai superato le prime dilacerate prove di Gesù fate luce. Ancora: Comisso, per definizione privo di principio informatore, e felicemente condannato allo sprazzo baluginante fin dall’esordio con Gente di mare, ne trova uno tutto suo, sghembo e instabile, nelle storie brevi di Un gatto attraversa la strada.

Così accade a D’Arzo per Casa d’altri, con l’avvertenza che il romagnolo non è, nei fatti, autore d’un solo libro, ma comunque, con assoluta probabilità sarebbe rimasto novelliere, e d’assoluta preminenza, se non fosse prematuramente scomparso. Contrariamente all’usato, in D’Arzo la presa diretta si fa subito evocazione (in genere è l’evocazione che emerge ad accampare i diritti della presa diretta), il che è, in maniera obliqua, perciò difficile, un’aspirazione alla classicità.

Fra i più recenti, Mario Fortunato cala già autorevolmente le sue carte migliori con Luoghi naturali (e forse rimpiangeremo, nelle opere successive, che quegli atouts tendano a diventare maniera, seppur alta). Matteo Galiazzo prorompe, irritante e sapienziale, una mistura inedita ma efficacissima, da Landolfi estremo e stralunato, con Una particolare forma di anestesia chiamata morte.

Già, Landolfi. Se esiste la possibilità dell’assoluto contrario di ciò che può essere concepito come racconto, Landolfi nei Tre racconti ne dà la misura. A differenza dei raffinati giochi intellettuali di Borges, fatti di specchi e ombre, le iteranti ossessioni di Landolfi offrono un fantastico sempre sul punto d’incarnarsi.

Fra gli ambidestri, abili con la novella e col romanzo, Gadda, Chiara, Soldati, trovano ciascuno una cifra autorevole nel racconto, che li diversifica dalla loro natura di romanzieri, quasi una doppia personalità. Il primo reca pure nella misura breve la sua tendenza al non-finito che lungi dall’essere un difetto costituisce necessità espressiva. Anzi, proprio perché questa sua particolarità si estende ai racconti, il non-finito si riconosce più nettamente come tratto ineliminabile. Se si dovesse immaginare un Gadda concludente, nel senso ovvio del termine, sarebbe come voler appiccicare delle braccia posticce alla Venere di Milo. Vale la pena soffermarsi su Gadda, per focalizzare in quanti modi si possa declinare il genere (o è una misura? Un’idea platonica? Un mero stato di fatto verbale?) “racconto”. La forma di Gadda, sfrangiata, interlocutoria, non invoca l’intervento del lettore che la completi, né, tantomeno, quello del critico. Intervento che sarebbe non tanto superfluo quanto parcellizzante, data la pienezza di eventi verbali che dislocano a ondate l’attenzione, la frangono e rimescolano per poi riagglutinarla in aggregati non sempre euclidei. L’opposto della tranche de vie, statica e avulsa. Il non-finito è la condizione prima dell’arte gaddiana, connaturata e coerente, non certo il suo risultato.

Il che forse comprova la natura del racconto: di per sé un non-finito, anche quando assume una forma canonica, quintilianea, con tanto di plot e finale più o meno a sorpresa.

Soldati, pur con tutte le sue idiosincrasie, che in un altro scrittore diventerebbero tic, riesce ad essere variato e complesso più nel racconto che nel romanzo, dovendo diversificare l’indugio e la preterizione di cui è maestro. Che si cimenti con la fantasticheria prossima all’elzeviro, con la moralità autobiografica, con l’aneddoto sceneggiato, col poliziesco canonico, fino alle tangenze col poemetto in prosa, forse è l’autore che idealmente assumerei come bignamino del narrare breve. Assai più semplicemente, ma è una semplicità lussuosa, Chiara affronta con lo stesso piglio racconto e romanzo, come attingendo a un serbatoio archetipico accessibile solo a lui.

Poi ci sono i casi estremi e complementari, da una parte di Mozzi, che rifiuta il romanzo, et pour cause, dall’altra di Tabucchi che con Piccoli equivoci senza importanza ci ha regalato la meraviglia di alcune sospensioni di fiato, vere epochai della vita, irrintracciabili nei suoi romanzi.

E quelli anomali: i racconti di Arpino, Un gran mare di gente, non aspirano al romanzo e non lo contraddicono, ma sono una sorta di romanzo parallelo nel loro insieme, mentre di converso abbiamo il caso unico di Mannuzzu, che resta romanziere anche quando scrive racconti (La figlia perduta), ovvero scrive racconti ciascuno dei quali è il nocciolo d’un romanzo.

Infine, e chiudo anche perché il fiato mi s’è fatto corto, il più misterioso, l’anfibio Buzzati, raccontatore allo stato puro, ingenuo in senso etimologico, giornalista favolatore (e l’epiteto di “giornalista”, per una volta, suoni lode e non dispregio), davanti al quale tutto il resto è letteratura.

Qualcosa, o molto, è rimasto fuori da questo galoppo forsennato attraverso il Novecento. Chi legge in questo momento aggiungerà, toglierà, o rifiuterà l’assunto in blocco. Questa non vuol essere la scaletta per un’antologia, un florilegio di letture canoniche alle quali ispirarsi. Piuttosto il tentativo di mettere a fuoco un’idea, dissodare un campo rimasto incolto. Di resuscitare una motivazione forte, che spinga a riacquistare la voglia d’esperimento, infiacchita e frustrata, il gusto di scrivere, pubblicare, leggere racconti.

Italiani, contemporanei.

Milano, 22 dicembre 2003
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