di Valerio Varesi

Chi è più sconfitto di chi rinnega la propria esistenza, e chi, al tempo stesso, è più follemente vincitore di colui che si arroga il diritto divino di decidere di se stesso, oltre ogni divieto? Abbandonate le sfumature del giallo, che gli sono congeniali, Varesi dipinge, in brevi tratti e con sapienza alchemica, gli intensi colori del ricordo e dei sentimenti più “estremi” dell’animo umano. (Margaret Collina)

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erte notti di nebbia la città si prende una pausa. E verso mattino il suo cuore affannato si acquieta in una lunga extrasistole. Allora appare sfocata da una patina d’ossido, misteriosa come un fondale marino. Era stata una notte inquieta e si era svegliato proprio nel momento in cui quel silenzio lugubre calava tra le case. Lo stesso silenzio che era sceso a solidificare il suo sguardo sul professore fino a sfocarne i contorni. Se l’aspettava. Aveva passato troppo tempo ad interrogare gli specchi chiedendo ragione di quel pallore cereo sul suo viso un tempo cotto dai soli d’Africa. Ma adesso, di fronte al cavalletto e alla tela ancora intonsa, avrebbe voluto dare forma a quel male che gli stava dentro. Mille volte aveva guardato nelle orbite vuote della morte e sempre gli era rimasto il tempo di conoscere il suo assassino. Non avrebbe tollerato che fosse diversamente adesso. Gli appariva un’umiliazione tale e quale una fucilazione alla schiena. Così pensava al colore che avrebbe meglio rappresentato il suo boia invisibile abbarbicato a qualche ganglio umido dei polmoni. Chissà perché per primo aveva pensato al giallo delle dune arcigne di Tamanrasset nelle cui pieghe infide s’annidavano le imboscate. Ma quel male silente poteva avere il blu dei Tuareg e come loro marciare in un’incessante ansietà d’orizzonte. Oppure lo smeraldo del lago Tanganica, il biancore d’osso delle polveri di Agadir, il cobalto della rada di Bengasi, il bruno dei dromedari di Remada, il verde stento dell’erba dell’Atlante, il bianco liquido del porto di Algeri, il rosso opaco delle ruggini alle inferriate di Caienna, le trasparenze dei sudori nelle paludi del Congo, le infinità di grigi delle ardesie di Parigi, la tinta di pesca della donna che aveva amato. Solo per ultimo aveva pensato a questa carnale terracotta imbrunita dal tempo in cui viveva gli ultimi giorni. Viaggiava tra tinte in un arcobaleno di visioni. La sua vita non era stata altro che un caleidoscopio. Ogni posto aveva un colore e adesso che era alla fine, il mosaico gli abitava la mente perfettamente composto: doveva solo ricopiarlo sulla tela. Prese così a dipingere con furia, movendo il pennello come uno spadaccino. Non si preoccupava di null’altro che del colore vuotando i tubetti e cercandovi dentro la combinazione per svelare lo sguardo del boia. Alla fine si gettò esausto su una sedia mentre suonava lontana una campana del mattino. Guardò il risultato del suo lavoro: un grande occhio truce, rigato di sangue dal quale promanava una caparbia vitalità. Atterrito, prese la pistola e uscì.

Milano, 3 gennaio 2002

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