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Il bell’Antonio (1949)



Vitaliano Brancati, Il bell’Antonio
Oscar Mondadori, 2001
pp.270/ Euro 7,23

e personali doti narrative ed i fantasmagorici trucchi da intrattenitore usati da Vitaliano Brancati nella stesura de Il bell’Antonio danno l’opportunità a chiunque, per la durata di poche centinaia di pagine, di appassionarsi alla lettura. Il romanzo è intessuto da una varietà geniale e completa di tipi caratteriali e da una buona dose di colpi di scena in grado di prendere il sopravvento sulla pigrizia del lettore più distratto.

Qualcuno ne ricorderà la versione cinematografica del 1960, in cui Marcello Mastroianni e Claudia Cardinale, diretti da Mauro Bolognini, recitavano nelle parti di Antonio Magnano e Barbara Puglisi. E’ tuttavia da considerare come, in virtù di una straordinaria comunicatività e capacità descrittiva, Brancati riesca a stimolare la fantasia di chi lo avvicini, in modo che questi possa anche discostarsi dai volti dei due noti attori italiani scelti da Bolognini e figurarsene di propri.

Il bell’Antonio,
pubblicato nel 1949, racconta la vicenda di Antonio Magnano, un giovane sensibile e di rara bellezza. Nel commentare il romanzo, Leonardo Sciascia prospetta la possibilità di accostarlo ad Armance di Stendhal, poiché in entrambe le vicende: «il tema è quello dell’impotenza sessuale; il sottotema è quello di una particolare società, in un particolare momento storico». In effetti, la vicenda è proprio tutta qui, entro i confini della tragedia di un uomo assai amato dalle donne, ma purtroppo afflitto da un’impotenza sessuale che ne scalfisce l’onore e che, passando di bocca in bocca sotto forma di pettegolezzo, viaggia rovinoso nella Catania degli anni trenta, imbavagliata dal fascismo e dall’ottusità di un mondo legato a preconcetti e tradizioni superstiziose.

Brancati descrive personaggi nati e cresciuti nella sua stessa terra e dei quali, con tutta probabilità, conosce a menadito risvolti e sfumature. La Sicilia che l’autore mostra è quella che non sembra mai cambiare e che tuttora, nel luogo comune di chi non vi abita e forse non c’è mai stato, ha la forma di una donna vestita interamente di nero e il suono di parole bisbigliate attraverso fessure di una persiana di legno bruciata dal sole; la Sicilia in cui a parlare in dialetto sono solo i contadini o coloro che sbraitano in un momento di rabbia; in cui gli «uomini d’onore» rimangono intoccabili e a coprirsi di ridicolo sono i soliti personaggi ormai tatuati dalle chiacchiere maligne della gente; in cui lo scandalo, qualunque esso sia, fa più rumore di un ordigno esploso in un palazzo di cristallo e in cui la chiesa e i suoi preti assolvono o condannano secondo la convenienza terrena. E poi, la Sicilia e i suoi paesaggi: già vivi di una bellezza radicata, ne Il bell’Antonio splendono ulteriormente grazie alla maestria di Brancati.

Dopo il compimento dei suoi studi di legge a Roma, Antonio decide di tornare a casa, nella Catania in cui si fa un gran parlare delle sue supposte qualità di infaticabile amatore. I genitori lo attendono a braccia aperte e lo accolgono sulla stessa terrazza in cui il protagonista, ancora bambino, nelle notti di agosto si addormentava fra le ginocchia della madre. Seppur spinto dalle insistenze dell’intraprendente e greve padre che tenta di convincerlo a sposare la figlia di un famoso notaio di Catania, alla vista di Barbara Puglisi, Antonio ne resta invincibilmente attratto: «un istantaneo vacillamento del passo la staccò dalla madre e la portò vicinissima al giovane che poté sentirne l’odore di velo, di pelle bruscamente riscaldata dal sangue, di forcine di tartaruga e d’indumenti conservati a lungo insieme a vecchi fiori, odore che nessuna donna di Roma aveva mai posseduto e che gli saettò dentro la carne come uno scotimento profondo». Il matrimonio è presto fatto: per due anni i giovani sposi vivono invidiati da chi ne immagina le effusioni e la felicità. Un giorno, tuttavia, quando il fare pettegolo e la cattiveria che non sa trattenersi esplode dalla bocca di una vecchia cugina in visita ai genitori di Antonio, il verme del dubbio s’insinua nelle menti fino a trasformarsi, dopo discussioni confuse e convulse, in lacerante certezza: il matrimonio non è mai stato consumato, l’unione è nulla, Antonio è impotente.

La comicità di molte scene de Il bell’Antonio è irresistibile; dunque si ride sonoramente e di gusto, si ride davvero ma, purtroppo, si ride delle disgrazie altrui. Nelle scene che divertono tanto il lettore, la disperazione dei protagonisti è al culmine: si pensi alla zitella da sempre innamorata di Antonio che getta quaderni colmi di frasi d’amore sul terrazzo del giovane e che egli, intento a curare le piante, sfoglia allungando una gamba e con la punta del piede; si pensi ancora al tormento dei genitori del protagonista che, nell’agitazione, non riescono a comporre il numero telefonico del figlio, rendendo così necessario l’aiuto di una cameriera analfabeta che distingue a malapena un numero dall’altro.

Tra i personaggi del romanzo, qualcuno ha il particolare privilegio di esser connotato con maggior precisione da Brancati. Uno di questi è Alfio, il padre di Antonio, il tipico «maschio» siciliano, colui che, pur di salvare l’onore e di tagliare le malelingue ai ficcanaso, è pronto a tutto; così, più preoccupato di recuperare il buon nome dei Magnano e la fama di infallibili seduttori, che di alleviare la sofferenza del figlio, Alfio si getta in pasto ad una morte esemplare che avviene in una strada abitata dalle prostitute e nel bel mezzo di un bombardamento.

Ad ascoltare il bell’Antonio, incarnando il ruolo che nella normalità avrebbe dovuto essere riservato ad un padre ed in cui qualcuno vede riflesso lo stesso atteggiamento di Brancati nei confronti del protagonista, è il vecchio zio Ermenegildo che, pazientemente, tende le orecchie alle confessioni scioccanti e miste di vergogna e dolore del nipote. D’altro canto, Ermenegildo è afflitto dalla vecchiaia che presto lo condurrà alla morte e, per questo motivo, il colloquio tra i due ha tutta l’aria d’essere un reciproco scambio di afflizioni: «lo zio chiuse gli occhi, ricevendo ora lui dal nipote quello che il nipote aveva ricevuto poco avanti da lui: la potente distrazione di un dolore diverso dal suo».

Un’altra figura, non fondamentale ai fini dello svolgimento della trama, lascia tuttavia al lettore il compito di afferrare le diversità dell'animo umano, in ciascuno, in tutti. Si tratta di Edoardo Lentini, cugino di Antonio, uno dei pochi che, con delicatezza e complicità, evita al protagonista di precipitare nella disperazione tinta di nero cupo: «I due cugini rimasero tutta la sera al buio, vicino al balcone. Ogni tanto, per mettere un rumore qualunque nella stanza, Antonio tossicchiava, e dopo un poco, quasi a rispondere, Edoardo raschiava con la gola. In questo modo, passarono parecchie sere¸ non avendo il coraggio di parlare a cuore aperto della terribile cosa che era accaduta ad uno di loro, non parlavano di nulla, ogni altro argomento trattato avrebbe fatto sentire maggiormente la gravità di quello che trascuravano».

Le epigrafi che precedono ogni capitolo de Il bell’Antonio, così come Sciascia suggerisce, sembrano confermare l'omaggio di Brancati alla Armance di Stendhal. Ve ne sono di diverse, tutte legate, nel contenuto, alla vicenda che si andrà leggendo. Molto suggestiva, tra le tante, quella di Blandini:

«Verso nuda scogliera,
poiché l’autunno della vita preme,
guardano, vinti e sconsolati, i sogni»

«Ho sempre amato questo scrittore e gli debbo molto» dice ancora Sciascia di Brancati: è lo spunto per una riflessione personale ed un pensiero che ognuno di noi, nel suo piccolo, potrebbe condividere e far proprio. E’ indiscutibile che, se si decidesse di regalare Il bell’Antonio ad un conoscente qualunque o ad un amico, non si correrebbe il rischio di urtarne i gusti, stando pur certi di far cosa gradita.

A cura della Redazione Virtuale de «La Libreria di Dora»

Milano, 8 giugno 2001
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Carlyle Vilarinho, Brasile, 27/09'04

Bello, molto bello libro. Conosco benne la Catania, bella Cita.


Barbara, Ascoli Piceno, 13/05/'04

Brancati scrive " Quest'incubo della vita è stato potente e continuo e, pur tra le sue assurdità, ha saputo avere un'aria di coerenza e di quasi naturalezza".....Mi sembra sufficiente questo per leggere Il bell' Antonio !


Natalja, Vilnius (Russia), 26/02/'03

E' un bel libro. Divertente. Coinvolge.




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