IL GIORNO DEL GIUDIZIO, DI SALVATORE SATTA, UN VIAGGIO NEL TEMPO ATTRAVERSO DALLO STILE BAROCCO

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Il giorno del giudizio (1977)


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Salvatore Satta, Il giorno del giudizio
Adelphi, 1990, 8 ed.
Gli Adelphi, pp. 292
Euro 8,50

alvatore Satta (Nuoro 1902, Roma 1975) è uno di quegli scrittori, quasi estinti al giorno d’oggi, caratterizzati dallo spirito e dallo stile di chi non ha in animo di scrivere nell’ottica della produzione e del mercato. La prima conferma ci viene, in questo senso, da La veranda, romanzo scritto a soli 25 anni, valutato da Marino Moretti una controparte italiana a La montagna incantata di Thomas Mann, e che allora non arrivò al pubblico in quanto non ritenuto in grado di accoglierlo.

Il romanzo venne pubblicato solo nel 1981, da Adelphi; dopo il De profundis, stampato nel 1948, e Il giorno del giudizio, 1977. Scrivere non è il mio mestiere, confessa lo scrittore. Non lo è in alcun modo. E infatti: «Scrivo queste pagine che nessuno leggerà, perché spero di avere tanta lucidità da distruggerle prima della mia morte». E allora perché scrivere un libro? Per Satta era come chiedersi: e allora perché vivere? Non si vive, né si scrive, in funzione di un dopo, di un obiettivo. Ma questo significa volare sopra gli uomini, non essere contaminati dalle umane debolezze. E Satta non lo era, almeno non voleva esserlo. Diffidava ormai anche delle leggi, delle quali era esperto, di tutte quelle leggi nelle quali credono ancora i vivi.

Per Satta la scrittura, in particolare ne Il giorno del giudizio, era come un groviglio di sentieri, i sentieri di un viaggio nel tempo, tra i morti, dai quali si sentiva invocato. Nel suo ritorno a Nuoro, a quel nido di corvi diviso come e più della Gallia, lo troviamo nel cimitero della città, di buon mattino, evitando di vedere e di essere visto. Perché sono soltanto i morti che lui voleva incontrare: a San Pietro, a Sèuna, a Santa Maria, quando ancora non c’era la luce elettrica e le solitudini percorrevano indisturbate quelle infinite desolazioni; sono morti che si chiamano don Sebastiano e donna Vincenza, primi fra tutti, e via via i molti altri personaggi che hanno vissuto, tra pena e dolore, una storia quasi impossibile a raccontare.

«In questo remotissimo angolo del mondo, da tutti ignorato fuori che da me, sento che la pace dei morti non esiste, che i morti sono sciolti da tutti i problemi, meno che da uno, quello di essere stati vivi». E poi ancora: «Tutti si rivolgono a me, tutti vogliono deporre nelle mie mani il fardello della loro vita, la storia senza storia del loro essere stati. […] Forse mentre penso la loro vita, perché scrivo la loro vita, mi sentono come un ridicolo dio, che li ha chiamati a raccolta nel giorno del giudizio, per liberarli in eterno dalla loro memoria».

Così il suo viaggio prende forma, sostanza e giudizio. «Tu stai al mondo soltanto perché c’è posto!» dice don Sebastiano a donna Vincenza, mentre con il lume in mano la osserva in un angolo, più dimenticata che viva. E in questo giudizio, che costituisce poi una naturale dimensione, troviamo molti altri personaggi, potenti o deboli, fragili e meschini, astuti o dementi. Dal maestro Fadda ai fannulloni del caffè Tettamanzi, dal rottame Chischeddu al buffone di corte Fileddu. A Nuoro e nelle campagne, nelle case, a scuola. La severa affermazione di don Sebastiano, è bene precisarlo, non è affatto un’invenzione letteraria; è tuttora in uso in molte zone della Sardegna e costituisce una sorta di ammonimento, un pubblico rendiconto, un giudizio provvisorio che precede quello definitivo. Un giudizio che neanche la morte potrà mai cancellare.

Di Pietro Catte, che ha tentato di sottarsi alla realtà impiccandosi all’albero di Biscollai, Satta ci ricorda: «La sua è stata una vana speranza, perché non si può annullare il proprio essere nati… Se egli non esiste, nessuno di noi esiste».

Nel tempo e nella notte, dove i morti procedono senza sosta, Satta incontra carnefici e vittime, luoghi maledetti e nudi silenzi, ombre inquiete e torbide, alberi e rocce color sangue, tenebre e luci accecanti, sentimenti sempre contrapposti eppure aggrovigliati, mentre il suo sguardo osserva ovunque, instancabile, e ovunque fa scorrere, senza simpatie, un’ironia alta, severa e solenne, mai priva di pietà, dentro un mondo che cambia e insieme resiste nella sua natura ancestrale. In ogni sguardo si avverte la saggezza dell’ecclesiaste, valida e immutabile nel tempo, saggezza al di sopra dell’uomo, mentre una sorta di giudizio universale sovrasta eventi e uomini…

Questi personaggi ci appaiono anche più ruvidi e dolenti, sorpresi come sono nelle quotidiane realtà, di quelli concepiti da Masters negli epitaffi di Petersburg e Lewistown. Non hanno poi il privilegio di dormire sulla collina: Satta li rinviene confusi fra loro in una fossa senza nome. Né c’è pietra che riporti i segni del loro passaggio, del loro dolore diuturno, ammutolito. L’annientamento è totale e comune, diviene silenzio diffuso, per tutti. E lo scrittore non si limita a darne testimonianza, questa è anche la sua storia, è consapevole che nessuno può affrancarsi da questo procedere senza meta. Non c’è terra promessa, da nessuna parte, come non c’è stata per Mosè, che pure aveva percorso e sofferto un interminabile viaggio, al pari del suo popolo, nel deserto del Sinai e spesso anche in quello dell’anima…

«Il problema è se tra queste donne e i beoni del caffè Tettamanzi ci sia un qualunque rapporto… Essi hanno vissuto sotto lo stesso cielo e dormono nella stessa fossa: questo è quello che posso dire, ed è una cosa che li accomuna indipendentemente da Dio o dal diavolo che si siano presi le loro anime». E non è diverso per chi è arrivato al cimitero con un funerale da ricchi o un funerale da poveri, con dieci o nessuna fermata lungo il percorso. Nessun eroismo, del resto, li ha esaltati in vita; tutti diversi, secondo il caso, e tutti impastati nello stesso destino. In questo viaggio dall’atmosfera dantesca c’è una sola dimensione, un'unica sorte, della quale siamo tutti ineluttabilmente partecipi. Ma la potenza della parola, che è anche potenza dello spirito, è capace infine di strappare l’uomo alla morte definitiva. È capace, direbbe Jorge Louis Borges, di procurare delle crepe all’ostinato oblio, crepe che costituiscono poi l’unica memoria, fragile e provvisoria, nella quale resistiamo alla furia del tempo e a quella degli uomini, dei vivi. Pace di pace o di tormento.

Passa in secondo piano, nel romanzo, un’intelaiatura apparentemente casuale; il tessuto narrativo, con la sua densità e la sua tensione, è tutto improntato a un continuo senso evocativo che prende il sopravvento e si dilata in più direzioni, dove l’io narrante prepara e spariglia le carte a un tempo, quasi che il gioco fosse uno soltanto, quello di una vita senza criteri. La scrittura stessa è connotata di assoluti e di opposte variabili, di prospettive che si aprono a più orizzonti, per poi ritrovarsi nel medesimo spartito. Quello dell’unico uomo esistente al mondo, quello che ha visto la prima e l’ultima alba, ancora secondo Borges.

Alla fine di questo viaggio, sofferto sino all’ultima fibra, lo scrittore sente di avvinarsi a una triste fine: «Poiché non ho saputo accettare la prima condizione per una buona morte, cioè l’oblio». E un dubbio profondo lo invade. Forse non sono stati i personaggi della sua storia a chiamarlo, ma è stato proprio lui a evocarli, senza valutare il rischio a cui si esponeva: quello di rendersi eterno. E tuttavia: «Bisogna svolgere la propria vita sino al momento in cui si cala nella fossa. E anche allora bisogna che ci sia uno che ti raccolga, ti resusciti, ti racconti a te stesso e agli altri come in un giudizio finale».

Il giorno del giudizio ci appare, infine, come la scoperta di un villaggio (Nuoro) dove gli unici segni sono gli uomini, non le vie senza nome e senza luce, segni contraddittori che si conciliano nello stesso dolore e nello stesso destino, nel momento in cui un uomo, lo scrittore, li assume entrambi nella propria consapevolezza e nel proprio giudizio, per farli ricadere ineluttabilmente su di sé.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 21 novembre 2003
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(kikkaf88@libero.it), 04/01/2004

Sono sarda, precisamente di Nuoro. Il mio giudizio su Salvatore Satta e sul " Giorno del giudizio" potrebbe essere quindi considerato di parte visto il mio rapporto di "concittadinanza" con questo rispettabile e conosciuto autore. Ma il leggendario orgoglio sardo mi spinge a dare un meritato elogio all'autore e alla sua opera. Qualche settimana fa ho tirato giù dalla grande libreria di casa che tiene in bella mostra tanti bei volumoni rilegati, un libro pi&Mac249; piccolo e fine degli altri a cui non avevo mai prestato troppa attenzione:"il giorno del giudizio".Ammetto di non averlo preso in mano di mia spontanea volontà ma sotto un preciso ordine della mia prof.di letteratura, visto che, se fosse stato per me avrebbe continuato a impolverarsi nell'ultimo irragiungibile ripiano della libreria che ospita i volumi letti da i miei genitori in gioventù. Perché? Bhe...non ne ho idea. O forse una c'é. Noi ragazzi sardi abbiamo un inspiegabile rifiuto e disprezzo per le nostre tradizioni, e, di riflesso, anche per le opere letterarie di autori (prendiamo Salvatore Satta ma non dimentichiamo nemmeno il nobel Grazia Deledda) ammirati e conosciuti in tutto il mondo. Ebbene, devo proprio dirlo: leggere questo libro mi ha fatto un piacere enorme. Io sono di Nuoro sulla carta, alle anagrafe, ma (e mi dispiace enormenente doverlo ammettere) non lo sono nel cuore e nell'anima. Grazie all'opera di Salvatore Satta ho iniziato a conoscere alcuni aspetti della mia città: l' antica sudivisione in due rioni, Seuna e San Pietro, il ruolo del campanaro e quello romantico del lampionario che passava da un lampione all'altro seguito da una folta schiera di bambini pronti a raccogliere e conservare come un tesoro i fiammiferi spenti...il racconto della sera in cui Nuoro é stata illuminata per la prime volta dalla luce elettrica...la rivincita del povero che, al contrario dei ricchi pastori di San Pietro, può prendersi la rivincita di passare lungo il Corso (anticamente Via Majore )durante il suo funerale...Ma Sebastiano Satta ha anche una grande capacità introspettiva e ci dipinge con particolare maestria gli animi di quelli che possono essere considerati i protagonisti dell'opera: Don Sebastiano e Donna Vincenza. Veramente un gran libro. E consiglio a tutti i ragazzi sardi che stanno leggendo queste mie righe di mettere da parte tutti i preconcetti che possono riafforare quano si prende in mano un libro di uno scrittore sardo...e ai "continentali": leggetelo!Non vi farà certo male conoscere un po' di storia di quella bellissima isola che é la Sardegna!Il libro di Satta merita...eccome se merita!!!




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Ven, 13 ott 2006

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