UN AMORE, ROMANZO DI DINO BUZZATI, DOVE ESPERIENZE AUTOBIOGRAFICHE E FINZIONE DANNO VITA ALL'INVENZIONE LETTERARIA

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Un amore (1963)



Dino Buzzati, Un amore
Mondadori, 1998 (31 ed.)
Oscar scrittori del Novecento
Euro 7,20

a sottolineato Carlo Bo che Un amore è uno dei tentativi più spontanei e riusciti da parte di un autore italiano di delineare, sviscerare con coraggio, un sentimento non ricambiato, seppure consumato carnalmente. L'amore viene messo a nudo, nelle sue debolezze, ingenuità, nelle sue origini, nelle sue speranze, continuamente disattese con malizia e spregiudicatezza.

L'amore che Buzzati canta non è la passione travolgente fra due amanti ostacolati dalle circostanze, né l'amore platonico di un uomo represso ed eccessivamente timido. È un amore disperato, a senso unico, vigliacco ma onesto, disciolto in una metropoli degradata nello spirito. Un amore così intenso e inadeguato da spingere il protagonista, un borghese apparentemente irreprensibile, a mentire più volte a se stesso per non accettare la realtà, e continuare a sognare.

Nella cornice di una Milano grigia, caliginosa e triste, fra salotti di case d'appuntamento e strade impregnate degli odori dei «camini, sfiatatoi delle caldaie a nafta, ciminiere delle raffinerie Coloradi, camion ruggenti e fogne», si sviluppa la vicenda dell'architetto Antonio Dorigo, 49 anni, che nell'inverno del 1960 incontra una giovanissima squillo, sedicente ballerina del teatro alla Scala di Milano. Così la maîtresse di una casa d'appuntamenti, la signora Ermelina, introduce al protagonista la sua ultima rivelazione: «... che bambina, vedrà (abbassò ancora di più la voce)... Mi raccomando sa, è minorenne... una ballerina».

Dorigo è dipendente dal rapporto di prostituzione; le ventimila lire sborsate per una marchetta gli consentono di varcare un universo proibito, attraverso il quale accostarsi a quella «creatura straniera che è la donna [...] creatura di un altro mondo vagamente superiore e indecifrabile».

Dopo il primo incontro con l'avvenente ballerina — «c'era qualcosa di fresco, di popolaresco ma non volgare» — Dorigo inizierà a coltivare una passione lacerante, accompagnata da un sentimento d'amore sempre più grande, che lo condurrà a un lento e inesorabile precipitare nell'intimo, poiché i suoi sentimenti non troveranno mai una sincera corrispondenza da parte di lei. L'architetto, incapace di uscire dal ruolo del cliente innamorato, sopporterà mortificanti umiliazioni pur di continuare a godere della compagnia della ragazza: reciterà negli alberghi la parte d'un improbabile zio e pretenderà di credere in buona fede alla relazione d'amicizia con il cugino Marcello. Laide, viziata e capricciosa opportunista, continuerà a farsi mantenere da Antonio ed a ingannarlo, a proposito della propria vita e dei propri impegni, concedendosi a lui con sempre minore desiderio e trasporto.

Eugenio Montale ha descritto questo romanzo come di una «dissezione quasi anatomica di un sentimento amoroso che molti diranno patologico». Ma Un amore riflette le azioni dissennate e disperate nella quotidianità di tanti uomini e deve la propria genesi a un'esperienza del giornalista del «Corriere della Sera». Autobiografia e finzione sono qui abilmente mescolate per animare l'invenzione letteraria.

Il Buzzati allegorico, misterioso e magico di Barnabo delle montagne (1933) e de Il segreto del bosco vecchio (1935) è lontano, così come lontano è il Buzzati dei temi surreali dei Sessanta racconti e l'autore del più celebre Il deserto dei Tartari (1940). Se in quest'ultimo romanzo lo scrittore bellunese narrava con straordinaria efficacia il destino dell'ufficiale Giovanni Drogo, inviato a presidiare il confine dall'enigmatica e sinistra fortezza Bastiani — metafora di solitudine, rassegnazione e speranza, in attesa di un domani diverso che forse non verrà mai — in Un amore Buzzati cambia rotta. Qui il suo inconfondibile stile fantastico, evocatore di atmosfere magiche, è sospeso, per lasciare il posto a una scrittura asciutta, disseminata degli straordinari, poetici ritratti dei protagonisti.

Lo scrittore affronta con impareggiabile maestrìa il tema torbido dell'amore mercenario, delle figure disgraziate che vi ruotano attorno e delle motivazioni che lo fanno prosperare: uno spaccato profondamente umano del mondo dissoluto in cui si agitano giovani sfortunate, meretrici e clienti.

L'amore che egli prova non gli permette di andare oltre i confini imposti dalle convenzioni, ma soltanto di mantenere come amante la frequentatrice di una case di tolleranza, che egli accetta per quello che è, senza offrirle un'alternativa di vita. Sarà soltanto nel terribile confronto con la squillo Piera, al termine del romanzo, che Antonio Dorigo riuscirà a vedere la propria codardìa, le menzogne e tradimenti di cui è stato vittima.

Piera sarà lo specchio sul quale i volti reali dei due amanti si rifletteranno nitidi. Grazie a questo confronto, Dorigo sarà finalmente libero da gelosie e rancori. Ma non basterà la consapevolezza dell'assoluta malafede di Laide a tenerlo lontano dalla ragazza. Dopo un periodo di qualche mese di riflessione, non saprà trattenersi dal richiamarla, tornando così all' ambiguo rapporto, rinnovato soltanto nell'egoistico desiderio di maternità di lei, e nella rassegnazione di lui.

In queste ultime pagine è riconoscibile il Buzzati visionario, sospeso fra sogno e realtà, che conduce con leggerezza il lettore nei dedali della sua fiction. Altrove, al contrario, il ritmo della narrazione rallenta — in funzione di un effetto desiderato — ed è un continuo succedersi di inganni e bugie, in cui Antonio sospetta, senza mai avere la forza di difendersi e reagire.

La squallida realtà delle cose viene rivelata con delicatezza unica e una serie di metafore preziosissime. Su tutto aleggia la poesia per la donna amata. Sono costantemente presenti elementi naturalistici: nuvole, spiagge, fiumi, selve, giardini e crepuscoli, e il riferimento è continuo, ora al piegarsi dei rami durante le tempeste ora al rumore della risacca del mare che s'infrange sugli scogli. Dice Buzzati: «tutto è indicazione precisa a lei, la donna nostra, che ci incenerirà». Con sensibilità debordante, il grande autore canta, da un lato l'ipocrisia delle città-giungla in cui si muovono i personaggi che egli fa emergere in tutto il loro squallore, dall'altro il disperato bisogno di amare, nonostante tutto, e credere nelle illusioni.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 16 giugno 2003
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