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Bagheria


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Dacia Maraini, Bagheria
Rizzoli, Superbur, 1996
pp.170 Euro 6,20

certo Bagheria il romanzo più autobiografico di Dacia Maraini. La personalità di questa donna affascinante e poliedrica, raffinata ed elegante, ma quotidiana e a volte anche un po’ salottiera, abile conversatrice e ironica e graffiante, si compone man mano che si leggono i suoi scritti, che si cerca il filo conduttore di una vita già preannunciata dalla mescolanza genetica da cui proviene e che è stata la ragione prima del suo essere, del suo scrivere, del suo amare e del suo soffrire.

Dacia si è affacciata alla finestra della letteratura italiana all’inizio degli anni Sessanta che la vedono già pubblicista impegnata, autrice di poesie, regista di cinema e teatro: un’avventura che dopo il Sessantotto l’avrebbe condotta al romanzo e alla poesia di tipo militante. Nel 1962 pubblica La vacanza, la storia di una ragazza di quattordici anni, Anna, che è ritratta accanto a un padre vedovo, ma giovanile, alle prese con uomini, anche di età matura con i quali scopre il sesso e la sensazione orribile di essere solo usata. Il libro, come racconta Edera Ciambellotti nella Letteratura italiana 900, ottenne critiche poco benevole, vagamente paternalistiche: appariva, la giovane Dacia, una scrittrice tutelata da Moravia. Fu amata da pochi e anche al suo secondo romanzo L’età del malessere fu prestata poca attenzione.

«La Maraini aveva già avvertito, almeno intuitivamente, l’esistenza di una “specificità”, anticipando molte forme del romanzo femminista italiano degli anni Settanta. L’uso della prima persona e così pure la tecnica memoriale sono la scelta autobiografica e/o l’immedesimazione nella storia stessa. Esse non si racchiudono nella individualità, ma nella storia di tutte le donne, di tutte le età». (op. cit.)

In Bagheria l’autrice abbandona ogni finzione, ogni espediente, ogni tipizzazione per raccontarsi, per raccogliere le fila di quel suo passato che tanto l’ha segnata, per recuperare, cosciente di aver solo lottato contro mulini a vento, la sua infanzia isolana, la sua parte materna, rifiutata in nome di scelte ideologiche, di sensazioni a volte inafferrabili, di ripudi annidati nella subcoscienza, prima ancora di essere abbracciati in modo consapevole.

Parlare finalmente della Sicilia in modo aperto e quasi catartico, aprendo «una porta rimasta sprangata. Una porta che avevo talmente bene mimetizzata con rampicanti e intrichi di foglie da dimenticare che ci fosse mai stata; un muro, uno spessore chiuso, impenetrabile. Poi una mano, una mano che non mi conoscevo, che è cresciuta da una manica scucita e dimenticata, una mano ardimentosa e piena di curiosità, ha cominciato a spingere quella porta strappando le ragnatele e le radici abbarbicate. Una volta aperta, mi sono affacciata nel mondo dei ricordi con sospetto e una leggera nausea. I fantasmi che ho visto passare non mi hanno certo incoraggiata. Ma ormai ero lì e non potevo tirarmi indietro».

La spinta finale a parlare della Sicilia, a tornare a Bagheria con la mente e con la volontà di recuperare la sua appartenenza, sia pure parziale e contraddittoria, a quel mondo fatto di ulivi e di mare, di profumo di gelsomini che hanno una loro speciale fragranza salsa, di sapori e di aromi quasi umanizzati, di rapporti interpersonali vissuti all’insegna di un necessario schizofrenico sdoppiamento, quella spinta, dicevo, viene da un lato dalla rinnovata frequentazione di alcuni amici palermitani e dall’altro da un viaggio reale che Dacia decide di compiere con un’amica romana, dirette a visitare la villa Valguarnera, la villa della sua infanzia, dove sarà ricevuta con una punta di sospettosa accoglienza dalla zia Saretta, il cui sguardo si poserà eloquente sul suo abbigliamento “quotidiano” , avido di scoprire se quella nipote trasgressiva e traditrice dei valori d’alto lignaggio è lì per carpire segreti, per fotografare ambienti e oggetti da dare in pasto alla stampa, al fine di parlare male della nobiltà della famiglia materna.

«Potrebbe essere stata la vecchiaia che fa i soliti scherzi: avvicina quello che è lontano e allontana quello che è vicino […]. Fatto sta che ho cominciato a tornarci a Palermo, nonostante l’orrore che provavo per gli scempi edilizi. Un orrore fisico, un assoluto e deciso rifiuto del corpo ad adeguarsi a questi muovi spazi involgariti a dismisura. Ogni volta è così […] Vado a Bagheria, e vedo come hanno sfondato mezzo paese per fare entrare l’autostrada fiammante fin sotto casa, buttando giù gli antichi giardini, abbattendo colonne, capitelli, alberi secolari e mi si chiude la gola».

Bagheria è una sorta di testamento spirituale, una rivisitazione del passato affidata alla memoria, una possibilità di raccontare brandelli di vita, uno stimolo alle considerazioni che sempre la Maraini lascia qua e là nei suoi romanzi sul ruolo ingrato della donna, sul rapporto tutto carne e stupore che si instaura tra padre e figlia, sui rapporti spesso malati e tortuosi che si consumano nell’omertà delle pareti domestiche, dove il prezzo da pagare ricade sempre sulle donne, stuprate fisicamente e psicologicamente, sacrificate a quella parvenza d’onore che si deve salvare davanti a una società che tutto sa, tutto vede, ma tutto dimentica e finge di non vedere.

Bagheria è amore e dolore, è mescolanza di quelle antiche cose di pessimo gusto gozzaniane che i bambini scelgono di amare, in questo associati alla gente comune, ai più e che sono costretti a misconoscere per imparare ad apprezzare oggetti d’arte vera e di bellezza oggettiva, di quella bellezza che è riservata a pochi e a pochi è dato riconoscere.

«Bagheria l’ho vista per la prima volta nel ’47. Venivo da Palermo dove ero arrivata con la nave da Napoli, e prima ancora da Tokyo con un’altra nave, un transatlantico. […] A ricordare quel viaggio mi si stringe la gola. Perché non ne ho mai parlato prima? Quasi che a metterla su carta, la bella Bagheria, a darle una forma, me la sentissi cascare addosso con un eccessivo fragore di lontananze perdute. Una fata morgana? Una città rovesciata e scintillante in fondo a una strada pietrosa, che ad avvicinarsi troppo sarebbe svanita nel nulla? Seduta fra mio padre […] e mia madre […]. Davanti a me le mie due sorelle […]. Il cavallo magro, un cavallo del dopoguerra che mangia fieno sporco e di poco prezzo, faticava a portarci tutti, sebbene fossimo quasi privi di bagagli…»

La conoscenza di Bagheria devastata dalla guerra, la convivenza quasi pacifica, pur nel turbinio del momento, di limoni, ulivi e gelsomini con le loro fragranze e i loro colori e gli orrori di mura devastate, di rifugi, l’alternanza di palazzi baronali che si ergono improvvisi e di muri di case che sembrano reggersi solo perché si appoggiano gli uni agli altri, la strada che a momenti entra nei vigneti e di colpo invece sfiora il mare fin quasi a toccarlo. E sulla carrozza trainata da quell’unico cavallo denutrito e prossimo a svenire, viaggia anche la cugina morte, quella che ha vissuto accanto a lei ragazzina nei due anni trascorsi nel campo di concentramento giapponese, dove si combatteva la fame parlando e fantasticando di pasta alle melanzane, di ricotta e di pinoli, di vaniglia e di sarde. Dove lei ascoltava le voci dei suoi genitori/bambini che avevano accettato la crudeltà della deportazione pur di non aderire alla repubblica di Salò, dove si beava, stanca, terrorizzata e affamata, della bellezza siciliana e aristocratica della mamma e dell’amore silenzioso e profondo che la univa al padre, quel padre che le insegnava a nuotare solo dicendo “nuota” e che in seguito, nella parentesi bagariota, l’avrebbe condotta con sé al cinema con le sedie di legno pieghevoli dove, alle scene piccanti, gli uomini gridavano “pigghiala pigghiala” e lei sarebbe passata per scostumata, perché alle donne non era permesso partecipare a quel genere di divertimenti….

L’infanzia a Bagheria trascorre tra il ricordo ricorrente dei due difficili anni giapponesi e la vita nelle tre stanzette ricavate nella ex stalla, con un bagno grande quanto una cabina di mare e l’odore del pollaio sotto la finestra, e per fortuna quegli ulivi che digradano verso il mare, tra esperienze di preti che ti baciano sulla bocca o di amici di famiglia che ti riservano strane sorprese erotiche, per poi vestire i panni del pedante paternalistico, persa la ragazzina nella sua lingua più giapponese che italiana presto mescoltata alle forme dialettali, tra letture e nuotate, tra sacro e profano e tra idee contrastanti di nozioni religiose apprese a scuola e teorie paterne dell’uomo concepito come un prodotto casuale della natura e del caos, un intelligente discendente della scimmia o della “pulce di mare”.

Sullo sfondo di una Bagheria dell’infanzia, devastata dalla guerra, ma ancora salva per poco dalla mano profanatrice dell’uomo, ancora piena di gelsi di cui mangiare i frutti gonfi e teneri, che tingono la lingua di blu e di rosso si posa prepotente la Bagheria odierna, stuprata dal disordine edilizio, divorata dalla crudeltà della Mafia, rovinata dalla politica aberrante e blasfema che la Maraini si spinge ad attaccare fino a citare fonti e nomi, coraggiosa e ardita, nella sua guerra dichiarata alla nobiltà che se ne sta in disparte, mentre si consumano orrendi delitti e si distruggono potenzialità e decoro di un mondo che non è stato sempre così, che vanta un passato di magnificenza non solo architettonica, ma anche civile e colta, al quale hanno dato il loro contributo fenici, greci, arabi… ma che in tanti poi hanno devastato e rapinato.

Un po’ come la zia Saretta che «sembra un simbolo dell’isola: la bellezza carpita, rapinata, due, tre, cento volte, la testa spiccata dal busto, e un silenzio di pietra che copre ogni strazio con la rappresentazione elegante della perdita di sé. Sconosciuta a se stessa, chiusa in una sfiducia senza rimedio, preda di un dolore senza voce».

Ricercando Bagheria, Dacia cerca se stessa. La mamma, figlia di quella nonna Sonia «dalla larga faccia pallida e dai grandi occhi neri cerchiati di nerofumo», di origine esotica, che sognava di fare la cantante lirica e invece aveva dovuto ricoprire il ruolo di donna di società, maritata al nobile Enrico dagli occhi azzurri che le consentiva di cantare solo nelle feste di beneficenza. E quel nonno Enrico, appunto «così lontano dallo stereotipo del nobile presuntuoso e arrogante da farmi pensare di essere stata ingiusta, forse per giovanili innamoramenti ideologici, con lui. È sempre limitativo e stupido cacciare le persone dentro a una categoria, che sia di una classe o di un sesso. Non fare i conti con l’imprevedibile è da citrulli. E citrulla è l’idea di un mondo di uguali senza scarti, storie personali, particolari vicende e tracce di viaggi interiori senza meta e senza finalità decise in partenza».

Proprio tali parole che l’autrice scrive, prima di riferire quelle della sorella Toni, che, scrittrice, narra del nobile Enrico di Salaparuta e della sua teosofia e della sua antroposofia, dei suoi viaggi e della suo biblioteca, inducono il lettore attento della Maraini a capire la sua rilettura della vita e delle cose, l’ammorbidirsi di certe impennate giovanili, la rivisitazione del femminismo e dell’estremismo che spesso caratterizzano una fase della nostra vita, quando in qualche modo dobbiamo difenderci da qualcosa che ci turba e ci fa male, che, senza rendercene conto, abbiamo eletto a carnefice di quello che amiamo intensamente e profondamente.

E l’oggetto di difesa di Dacia era, a mio avviso, il padre, la persona più importante per lei, il padre toscano figlio di una madre mezza inglese e mezza polacca, la bellissima Yoi che aveva inseguito e concretizzato sogni di libertà e di indipendenza e nella quale lei si era in un certo senso immedesimata. Per molto tempo non aveva voluto sapere niente dei suoi parenti siciliani, della provenienza di quelle terre, di quelle ville che, per forza di eventi non appartenevano più a loro, anche perché la nonna Sonia aveva venduto tutto prima di morire. «Li ritenevo estranei con tutta la forza del mio giovane cuore borghese. Io appartenevo a mio padre, alla nonna inglese scappata di casa abbandonando tre figlie e il marito per andare vagabondando fino a Bagdad e poi sposarsi per amore a Firenze, con mio nonno Antonio Maraini, scultore».

Difesa di suo padre e delle sue fughe, delle sue partenze, del suo rifiuto per un mondo che non condivideva e di cui aveva solo apprezzato la giovane moglie che aveva accettato di mandare ai parenti, come ricordo del viaggio di nozze, una foto di loro due assieme nudi, di spalle, che correvano verso il mare.

E rifiuto della Mafia. «Conoscevo troppo bene le arroganze e le crudeltà della Mafia che sono state proprio le grandi famiglie aristocratiche siciliane a nutrire e a far prosperare perché facessero giustizia per conto loro presso i contadini […] Io non ne volevo sapere di loro. Mi erano estranei, sconosciuti. Li avevo ripudiati per sempre già da quando avevo nove anni ed ero tornata dal Giappone affamata, poverissima, con la cugina morte ancora acquattata nel fondo degli occhi. […] Io stavo dalla parte di mio padre che aveva dato un calcio alle sciocchezze di quei principi arroganti rifiutando una contea che pure gli spettava in quanto marito della figlia maggiore del duca che non lasciava eredi. Lui aveva preso per mano mia madre e se l’era portata a Fiesole a fare la fame, lontana dalle beghe di una famiglia impettita e ansiosa. […] E invece eccoli lì, mi sono cascati addosso tutti assieme, con un rumore di vecchie ossa, nel momento in cui ho deciso, dopo anni e anni di rinvii e di rifiuti, di parlare della Sicilia. Non di una Sicilia immaginaria, di una Sicilia letteraria, sognata, mitizzata».

Il muro che separava Dacia Maraini dalla particella siciliana del suo sangue e della sua esistenza istintiva e carnale, aveva già lasciato vedere una crepa al momento della composizione dello splendido romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa. Dacia si era avvicinata cautamente a quel mondo anche suo, volente o nolente, attraverso un personaggio ispirato dalla vista di un dipinto settecentesco, che ritraeva la nobile mutola, colei che aveva affidato alla scrittura e alla filosofia il compito di lasciare uscire la donna dalla femmina, l’arte della comunicazione dalla logica ambigua e dolorante del silenzio. Una donna, Marianna, che aveva già in sé le componenti di tutte le donne che popolano l’universo della Maraini, sia di quelle inventate, sia di quelle ricostruite dalla cronaca reale ( si pensi a Isolina) sia di quelle rintracciate nelle sue due famiglie, donne che scappano, donne che fuggono dagli schemi, donne che si impongono per vite spericolate e forsennate fatte di sogni, di cultura, di eleganza tutta interiore, di ricerca, di filosofia mistica e terrena al contempo.

Ora, con Bagheria, il muro è definitivamente crollato, i fantasmi della memoria non vengono più scacciati come mosche petulanti, la porta sprangata viene aperta. Dacia torna a visitare i luoghi della sua infanzia, ancora si perde nella contemplazione del dipinto di Marianna Ucria, cerca quello che è rimasto, quello che le ripetute visite dei ladri non hanno portato via, il pianoforte dai tasti ingialliti, e intanto il gelato di Bagheria si squaglia dentro al piatto…

La riconciliazione di Dacia con la Sicilia è un atto d’amore e, come tutti gli atti d’amore che siano veri e autentici, comporta anche una buona dose di coraggio nel denunciare, nel criticare, nel rifiutare quanto di marcio c’è in quel «rovinio di vestiti di broccato, di quei ritratti stagnanti, di quelle stanze che puzzavano di rancido, di quelle carte sbiadite».

Non resta che augurarci di leggere presto di altre sfaccettature, di saperne di più delle nonne una mezzo inglese e mezzo polacca e l’altra indiana, di assaporare il gusto di una lettura morbida, suadente, sensuale che sa addentrarsi nei sentieri della cronaca ma sa anche accarezzare le vette alate della poesia, sempre imbevuta di profumo di salsedine e calata nell’acqua verde, azzurra limpida e torbida della memoria.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 12 febbraio 2002
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Maria Pia Mastroleo, Racale (Lecce), 18/07/'04

Bagheria l'ho letta tantissime volte ed ogni volta mi ha emozionato.E' un libro bellissimo,il racconto si sdoda lungo il ricordo dell'infanzia della autrice ed è meraviglioso l'inserimento delle immagini, la descrizione di ogni dettaglio,i profumi,sembra di far parte della storia,del racconto come se lo si stesse vivendo in quel momento.Dacia Maraini è una scrittrice che ammiro tantissimo e che seguo da molti anni.E un peccato che i suoi libri di poesia risultino introvabili.


Anna de Stefano, Ivrea (To), 14/06/'04

Mi è capitato di leggere il libro in lingua Braille, per esigenze di lavoro; mi è piaciuto il raccontare delle proprie radici, attraverso immagini, persone e particolari di ville e palazzi antichi allo sfascio e di una Bagheria distrutta.


Anonimo, 14/04/'04

Il libro non l'ho trovato molto bello. Notevole fastidio lo da il flusso di immagini, ovvero il passare da un argomento a un altro con estrema faciltà.


Daniele Virgillito (chosmopolitan@yahoo.it), Catania, 05/03/03

Sono uno studente del Liceo Mario Cutelli di Catania e da poco ho letto il libro Bagheria di Dacia Maraini in quanto assegnatoci come prova di esame per un concorso che si sta tenendo in questi giorni. Non conoscevo Dacia Maraini, non mi era mai capitato di leggere uno dei suoi libri ma ho avuto modo di apprezzarla. Il sentimento con il quale l'autrice si rapporta a quei luoghi che l'hanno vista nascere ma non crescere è un misto fra nostalgia inconscia e timida curiosità verso un mondo che è la sua casa natale ma che, in fondo, lei sconosce quasi del tutto. La continua presentazione di odori, sapori,colori che caratterizzano Bagheria è a mio avviso indice di un legame carnale con quei luoghi, ma Dacia guarda ciò che è attorno a lei con l'occhio della bambina cattiva che non ha voluto




http://www.italialibri.net - email: - Ultima revisione Lun, 4 set 2006

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