IN COMPAGNIA DI CLAUDIO MAGRIS GLI ITINERARI DI L'INFINITO VIAGGIARE, UNO STUPEFACENTE ROMANZO DI FORMAZIONE, UNO SPLENDIDO QUADERNO DI VIAGGI

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L’infinito viaggiare (2005)



Claudio Magris L’infinito viaggiare
Mondadori, 2005
Scrittori italiani e stranieri
243 pp., Euro 17,00

ifendere la vita dal basso»: lo fa il buon soldato Svejk – ce lo ricorda Claudio Magris – nelle pagine di un romanzo dello scrittore ceco Jaroslav Hasek; egli custodisce «la sua elementare, schietta fisicità» dal gelo dell’astrazione, gioca sé stesso nella concretezza delle cose – il calore, la tangibilità del reale opposti al fumo delle ideologie che rischiano sempre di diventare totalitarie. È così che procede, nella scrittura, Magris: un po’ come il soldato Svejk, difende la vita «dal basso», facendo avvertire al lettore la sua vicinanza (che, nel senso dell’etimo, commuove) alla «calda e familiare esistenza quotidiana». L’intelligenza e l’immaginazione non perdono mai di vista i contorni, la consistenza fisica della realtà con cui si confrontano: così, riesce a sorprendere di continuo, Magris, muovendosi con la stessa agilità tra spazi, oggetti domestici (i «microcosmi» riempiti dal tempo e dagli affetti) e piazze larghe e ventose, pianure continentali, infinite distese d’acqua straniera.

Le pagine saggistiche di Magris coniugano e fondono indagine e romanzo: lo sguardo si concentra sul dettaglio, lo ispeziona, lo riscalda di sé (indagine come forma di conoscenza e insieme di accudimento) per poi allargare la prospettiva allo spazio intorno: ché riflettere è anche questione di distanze. Accade insomma come in quella fotografia di cui Magris racconta in questo ultimo libro, L’infinito viaggiare. L’ha scattata lui: «Il fiume è un braccio del Danubio a Fischamend, nei dintorni di Vienna (…). Le tre piccole figure di spalle, a sinistra, sono Alberto Cavallari, suo figlio Andrea e Marisa. Come in un quadro o in una lirica cinese, le persone non sono presuntuosamente al centro bensì ai margini del paesaggio, presenze laterali nel grande scenario, ma che danno senso a quell’orizzonte e senza le quali sarebbe difficile amare i boschi, il cielo alto sopra di loro, quella barca imprigionata dal ghiaccio, la luce della stagione». Per capire il grande scenario della vita, si deve partire proprio dalle presenze laterali, dai dettagli: e soltanto indagando la verità di un minuto si può arrivare alla verità di un’ora, di un mese, e così via; perché dentro quel minuto, se sappiamo coglierne senso e verso, c’è già concentrato molto, forse tutto – la vita che esplode, che invade, che non si ferma. Magris è capace come pochi altri nostri scrittori di far sentire a chi legge la «fisicità» del trascorrere del tempo (stati d’animo, gesti, rughe lasciate sui visi; e fuori trasformazioni, perdite, frutta che marcisce d’estate): il «limo di cui è impastata la vita», come scrive nel bellissimo Microcosmi (1997), quel limo di cui i bambini non temono di impiastricciarsi – loro che non fanno programmi, che si abbandonano all’accadere, come in una perenne gita scolastica. Non temendo di sporcarsi le mani con le infinite varietà e verità di questo limo, Magris «sente» la vita: la nomina senza imbarazzo, sa che è «deposito, ossidazione, grasso rappreso»; e per questo non esagera mai con la vernice («scrivere è coprire, una sapiente mano di vernice data alla propria vita, sino a farla apparire nobile»), anzi lascia emergere grumi, storture, ferite, deviazioni: – la filigrana del suo narrare è il disegno tortuoso dell’imprevedibile, l’orma scomposta di una fuga o di un affanno prima che il mare la cancelli. Così nelle sue pagine accade che si giunga a una definizione, a un concetto, a un’immagine generale (è lì che approda il passo del saggista) senza mai però accantonare, dimenticare per un attimo l’eccezione, la distrazione, il multiforme volto della possibilità, del dettaglio: ecco perché l’asserzione sembra risuonare e sostanziarsi di interiezioni, sospiri e altre sfumature del linguaggio. Si legge all’inizio del recente, epico romanzo di Magris Alla cieca: «la vita – diceva Pistorius, il nostro maestro di grammatica, accompagnando con gesti rotondi e pacati le citazioni latine in quella stanza tappezzata di un rosso che la sera s’incupiva e si spegneva, brace dell’infanzia che ardeva nel buio – non è una proposizione o un’asserzione, ma un’interiezione, un’interpunzione, una congiunzione, tutt’al più un avverbio». La fedeltà a una grammatica secondaria, alle virgole che il tempo mette sempre un po’ a casaccio, è la fedeltà dovuta ai particolari, la «curiosa e scrupolosa passione – si legge ne L’infinito viaggiare – per la concretezza fisica e sensibile dei particolari, per le forme, i colori, gli odori, per una superficie liscia o spigolosa, per la rivelazione che può venire dall’orlo della risacca o dal bottone fuori posto di una giacca». È uno sguardo prensile, quello che lo scrittore triestino posa sulle cose, credo simile allo sguardo di Alberto Cavallari, suo grande amico: «Alberto coglieva fulmineamente frammenti particolari di realtà – scrive Magris –, li arpionava come un pescatore e ce li metteva davanti agli occhi». Così succede ne L’infinito viaggiare: «frammenti particolari di realtà», raccolti attraversando regioni e mari stranieri, vengono offerti ai nostri occhi sotto una luce che li rende nuovi, sorprendenti, rivelatori.

Percorrendo per la prima volta o ripercorrendo in compagnia di Magris gli itinerari di questo libro, ci accorgiamo di come davvero l’esperienza del viaggio possa condensarsi in una necessaria educazione dello sguardo – un’educazione sentimentale, certo –; in uno stupefacente (anche doloroso) romanzo di formazione: il nostro. Superati spaesamenti e jet-lag, alziamo gli occhi dalla pagina, e sentiamo che quel passo rapido, attento, curioso che ha attraversato città, foreste, pianure polverose era un passo sulla strada di casa, cioè sulla strada della propria verità: quella che è già in noi, «potenziale e latente». Se riusciamo a darle spazio e nome è anche perché viaggiamo nel mondo (tra le pareti domestiche, nel quartiere, in un altro continente), la traduciamo «in realtà attraverso il confronto col mondo»: così, la vista si fa più acuta, e più autentica l’immagine delle cose; così, sperimentare meraviglie e asperità di altre geografie è un modo per definire meglio la mappa della propria.

L’infinito viaggiare è uno splendido quaderno di viaggi – righe fitte d’inchiostro e vita vissuta: il diario di un corpo in movimento che gioca sé stesso nella scoperta, nella conoscenza e nell’ascolto, ma anche, soprattutto nella possibilità di condivisioni. È di qui che nasce l’incanto: nel nostro ritrovarci con l’autore sullo stesso viottolo, pur senza essere mai stati in Iran o in Tasmania; nel nostro riconoscerci come viaggiatori che di luoghi e persone hanno subìto fascino e ferite; e nel nostro tentativo, infine, di resistere alla dispersione provando a portarci dietro «la vita intera, come una tartaruga che viaggia insieme alla sua casa».

A lettura conclusa, restano impresse nella mente parecchie immagini e sensazioni: e non saprei ripetere l’emozione che suscitano certi tagli di luce o folate di vento. Magris mescola con sapienza le storie private a quelle collettive; abbozza i tratti di misteriose cartografie del destino umano: e le difende; difende quegli «oggetti che si emancipano da ogni totalità e da ogni ordine complessivo e si presentano in primo piano nella loro vita disgregata e segreta», difende molti odori (di portoni, di scale, di carbone, di polvere), molti colori, che sono «un alfabeto del mondo». E questo amore fedele, tenace per i colori, per il vento, per il mare ha sempre, nelle pagine di Magris, quasi il peso di un risarcimento: come un meritato indennizzo per i troppi tuffi al cuore, le troppe ferite, che l’iscrizione «all’albo professionale della realtà» ci comporta. Il viaggiatore Magris, «fedele a tutto, nonostante tutto», sembra cercare sino in fondo la possibilità di una conciliazione (riconciliazione) con la realtà, e tenta – nella vita come nella scrittura – una resistenza estrema alla dissoluzione, alla corsa ebete del tempo. A soccorrerlo nei momenti di sfiducia, le pagine dei libri amati, che egli cita lungo questo Infinito Viaggiare con la stessa grazia misteriosa che gli càpita di attribuire all’acqua marina, alla sua trasparenza «ventosa e struggente». E d’altra parte, la presenza del mare, che tanta parte ha nelle opere e nella vita di Claudio Magris, è anche qui essenziale: l’allegria, lo stupore, l’inquietudine si rinnovano di fronte a molti diversi mari, di cui lo scrittore si trova di volta in volta a saggiare «luminosità e limpidezza», avvertendo come «per qualche momento quella persuasione, quell’appagamento, quella pienezza che vorremmo avere sempre» il mare ce li segni a dito: «el siempre mar» che – come diceva Borges – un giorno ci dirà chi siamo.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 15 marzo 2006
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