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di Franco Manzoni


Franco Manzoni è direttore responsabile della rivista di poesia e cultura «Schema» e collabora da 20 anni al «Corriere della Sera»


entimenti libertari, difesa della propria identità culturale e linguistica, insofferenza per la dominazione austroungarica, e, di contro, la censura pronta a stroncare sul nascere qualsiasi incapacità di sopportazione per un governo straniero o l’anelito, pur velato dalla metafora, verso l’idea di nazione. Inoltre, l’ ipotesi (o forse soltanto una serie di coincidenze ?) che un’opera teatrale possa presentare elementi comuni con alcune situazioni e con certi tratti dei personaggi de I promessi sposi, o, meglio, aver provocato lampi linguistici e stimoli contenutistici, appresi di certo durante la lettura del testo e poi ruminati e, più o meno inconsciamente, inseriti da Alessandro Manzoni già nella prima stesura del suo romanzo.

E’ quanto si potrebbe evincere dall’analisi della comitragedia Giovanni Maria Visconti duca di Milano - quasi del tutto ignorata persino dagli addetti ai lavori (ritenendola, forse a ragione, un lavoro minore e frutto estemporaneo e occasionale) - che venne scritta a quattro mani da Carlo Porta e Tommaso Grossi in quindici giorni , tra il gennaio e il febbraio 1818, e che doveva essere recitata al Teatro della Canobbiana da parte della compagnia Granata in occasione dell’imminente Carnevale. Ma il Giovanni Maria Visconti non venne mai rappresentato, perché immediatamente bloccato, prima che andasse in scena, dalla censura, a firma del conte di Raab, direttore generale della polizia austriaca.

«Certamente le allusioni erano nell’aria, poiché numerosi artisti della prima metà dell’Ottocento, si pensi a Verdi e a Manzoni , cercavano di evitare la mannaia della censura, facendo vivere le proprie opere in altre epoche storiche. – dice Giancarlo Vigorelli, presidente del Centro nazionale di studi manzoniani, ubicato a Milano presso la Casa del Manzoni, in via Morone 1 – Un’intenzione comune che, però, non necessariamente implica per la comitragedia sovrapposizioni così fantasiose e poco attendibili ».

Una domanda sorge, però, spontanea, leggendo attentamente il lavoro di Porta e Grossi, ove nel confronto diretto con alcuni passi de I promessi sposi si riscontrano inaspettate coincidenze. Può il Manzoni aver letto il Giovanni Maria Visconti prima di concepire il suo romanzo ed essere stato talmente colpito dalla comitragedia tanto da accogliere già nel Fermo e Lucia, per un concorso di circostanze fortuite, stimoli, che si trasformeranno poi in consonanze e corrispondenze quanto meno singolari?

La trama della comitragedia, divisa nei canonici 5 atti, - il Porta si era riservato l’aspetto comico e il vernacolo, il Grossi le situazioni drammatiche, ricche di pathos e sangue, e l’italiano - oltre all’aspetto storico-politico, si sviluppa attorno alla passione fra Violante e il cospiratore Lucchino, amore che il duca Giovanni Maria Visconti osteggia, fino ad imprigionare la giovane che rimane in sua balìa. Ma il vero protagonista della vicenda è Biagio da Viggiù, l’uomo d’armi di Lucchino, costretto a superare tutta una serie di comiche peripezie quando si arruola fra le guardie ducali con lo scopo di seguire la sorte di Violante. L’assassinio del tiranno da parte dei congiurati porta inevitabilmente al lieto fine.

Soffermandosi scena per scena e, poi, messi a confronto strutturalmente aspetti linguistici e connotazioni di alcuni personaggi con quelli de I promessi sposi, pare lecito avanzare ipotesi e sottolineare coincidenze. Nel primo atto ecco Lucchino, che fa pensare all’irruenza di Renzo, esclamare contro il Duca: «Con qual gioia non immergerei io il mio pugnale nel cuore di quella tigre, … che mi ha strappato crudelmente dal fianco la mia cara Violante nel punto in cui le più avventurose nozze andavano ad unirci per sempre!». E il balbettante Biagio, codardo per natura, non ricorda nei tratti e nelle parole il Don Abbondio che incontra al tabernacolo i due bravi? Mentre il Duca sembra incarnare certi aspetti di Don Rodrigo, ma anche la pietà del redento Innominato dinanzi alla giovane in suo potere. E come non pensare a Lucia, alla sua prima notte nel castello dell’Innominato, al suo voto di castità leggendo la scena seconda dell’atto quarto, quando gli autori nella didascalia descrivono Violante in prigione inginocchiata e con le mani giunte, che poi si rivolge a Dio, perché accetti il suo sacrificio, mentre esclama : «voglio morire illibata …». E il Duca, dopo essersi guardato in atto di spavento il braccio destro, non sembra forse rivolgersi a Squarcia nello stesso modo in cui Don Rodrigo, dopo essersi accorto di star male e di aver contratto la peste, dà ordini al Griso, il quale, tradendolo, invece di avvisare il medico, chiama i monatti?

«A mio parere sono argomentazioni che sfiorano l’assurdo. – afferma Giancarlo Vigorelli - Questi tentativi di accostamento toccano il ridicolo, non presentano alcun senso di credibilità critica, sono tirati per i capelli, come del resto fa Guido Bezzola quando afferma che I promessi sposi risentono dell’esperienza portiana, mettendo a confronto direttamente due personaggi così profondamente diversi, quali la carnale Tetton della poesia Lament del Marchionn di gamb avert e Lucia. Continua Vigorelli: «Sicuramente Manzoni adorava il Porta, e ciò che li unisce è la loro lombardità, una matrice comune, tanto è vero che il Manzoni ebbe la tentazione di scrivere il proprio romanzo prima in francese, poi in milanese, poiché voleva emulare il Porta, che in ogni verso delle sue poesie dimostra strordinariamente la propria capacità narrativa. Successivamente il Manzoni decise di creare il primo romanzo in lingua italiana per impedire la sopravvivenza di un neoclassicismo ormai svuotato, e diede così vita alla letteratura moderna italiana».

Gennaro Barbarisi, docente di Letteratura italiana alla Statale di Milano e curatore di un’edizione delle poesie del Porta, pur non entrando in merito nella questione delle possibili coincidenze fra la comitragedia e il romanzo manzoniano, rivendica «innegabile l’apporto della poesia portiana alla genesi de I promessi sposi, come bene ha messo in luce il Bezzola, il quale sottolinea la capacità del Manzoni a trovare nel Porta esempi diretti e immediati di lingua viva e quotidiana, per cui andrebbe capovolto il consueto schema che vede il Porta in posizione ancillare di fianco al grandissimo Manzoni. «Per me sono due autori di pari importanza e dignità. Peccato che oggi vi siano sempre meno lettori in grado di apprezzare direttamente il linguaggio vernacolare del Porta».

Sulla stessa linea Dante Isella, che specifica quali coincidenze siano criticamente accettabili: «Parlerei per I promessi sposi di echi poligenetici che vanno a sovrapporsi. E questa ipotesi di appartenenza della comitragedia a tali stratificazioni potrebbe essere una suggestione molto interessante. Del resto il Manzoni ebbe modo di leggere il Giovanni Maria Visconti prima dell’inizio della stesura del suo romanzo, non solo per l’amicizia che legava i tre letterati, e quindi probabilmente già al momento della censura dell’opera teatrale, ma perché, dopo la morte del Porta, la comitragedia venne pubblicata dal Grossi, assieme a tutte le poesie, nel dicembre 1821. E proprio in quel periodo il Grossi andò ad abitare in casa Manzoni, dove il Don Lisander gli assegnò una stanza tutta per lui come ospite fisso. Per di più, non solo il Manzoni conosceva a memoria le poesie del Porta, ma certe scene e certe battute del Giovanni Maria Visconti rimasero scolpite nella sua mente tanto che in una lettera inedita a Francesco Rossi, priva di data, il Manzoni chiede al bibliotecario un trattato di Dionigi d’Alicarnasso e soggiunge: "Non sarà male però, che ci sia anche un pochino di traduzione latina per mio divertimento, per mio divertimento, come disse Biagio da Vigiuto, in un caso poco dissimile". Dico francamente –conclude- che è possibile che vi sia una plausibilità nelle argomentazioni e negli accostamenti avanzati, e cioè che I promessi sposi risuonino qua e là di echi portiani, compresi quelli che potrebbero essere dedotti dalla comitragedia, ma anche di tutta la grande letteratura dialettale milanese preesistente».

TABELLA COMPARATIVA

Milano, ottobre 2000
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Franco Manzoni, nato a Milano nel 1957, è laureato in Lettere Classiche, insegnante, traduttore dal greco e dal latino, epigrafista, critico letterario, giornalista, autore di programmi RAI, paroliere (ha scritto per Christian, Loretta Goggi, Formula Tre, Oscar Prudente, Viola Valentino), già consulente della Triennale di Milano (ha curato l’ufficio stampa della XVIII esposizione), è direttore responsabile della rivista di poesia e cultura «Schema» e collabora da 14 anni al «Corriere della Sera» (ha pubblicato più di mille e cinquecento articoli).
È stato, inoltre, il responsabile ufficio stampa della Xenia editore, ha diretto la rivista «Nuova Prosa» e il settimanale «Paderno News», redigendo l’house organ «Triennale Notizie» e collaborando per anni come critico letterario ai quotidiani «La Provincia di Como» e «Il Corriere Adriatico», e in qualità di critico teatrale al mensile «Leadership Medica».
Tra i riconoscimenti extraletterari ha ricevuto l’Ambrogino per atti d’umana bontà. Ha pubblicato le seguente raccolte poetiche: Imperatore! (Edizioni Le Cinque Vie, Bergamo, 1987), Esausto amore (Crocetti, Milano, 1987), Totò (Fonema Edizioni, Spinea, 1989), Stanze d’argilla (Prova d’autore, Catania, 1989), Padania (Centro d’arte Edizioni, Milano, 1990), Verso la seta (Fonema, Spinea, 1991), Faccina (Book Editore, Bologna, 1991), Lettere dal fronte (Schema, Milano, 1993), Figlio del padre (Book Editore, Bologna, 1999), e Angelo di sangue (Edizioni Pulcinoelefante, Osnago, 1999).




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