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Contributi
La riscoperta del romanzo epistolare, il disfacimento della famiglia borghese, la memoria, il saggismo critico e le opere teatrali
Crediti

La famiglia e la città

ondamentale nella narrativa della Ginzburg il tema dell'abbandono della "tana", rappresentata dalla famiglia d’origine, per creare una nuova famiglia, e il passaggio dalla campagna alla città (vedi ad es. La strada che va in città). È un periodo storico di grande trasformazione, gli anni del boom economico, e la scrittrice avverte il trauma di questa transizione sociale e culturale. Le protagoniste dei suoi romanzi incarnano due tipi opposti di figure femminili: la ragazza ingenua che appare come vittima e la seduttrice sicura di sè, capace di dominare. Due opposti che ne La strada che va in città finiscono per confondersi l’una con l’altra: la prima donna finisce per trasformarsi nella seconda.

In un passaggio successivo viene richiamata l’attenzione su due romanzi che riscoprono il genere epistolare (Caro Michele del 1983 e La Città e la casa del 1984). Sono due storie simili, con caratteri simili ed incentrate su un unico fatto. Si notano sia l'assenza di figure maschili in grado di sostenere il ruolo di padre, sia la perdita del senso della famiglia.

L'atteggiamento di Natalia nei confronti della disgregazione della famiglia borghese è tutt'altro che dolce o languido; è freddo, quasi scientifico. Non condanna i suoi personaggi, anzi li comprende. Tuttavia alla fine falliscono tutti.

Il vuoto tra la figura materna e quella paterna farà precipitare la situazione a scapito dei figli, sui quali si abbatterà la tragedia finale. Ed è questo che succede ne La città e la casa in cui si ha una famiglia che esplode, si disperde: il padre va in America, il figlio rimane a Roma per diventare padre con il risultato di un duplice fallimento. Gli uomini sembrano destinati a rimanere bambini incapaci di costruire sia una casa, che una città. (Marco Antonio Bazzocchi).

Il ruolo delle scrittrici italiane nel dopoguerra

Se nella prima generazione di scrittrici del '900 (Serao, Negri, Deledda) la scrittura vissuta come mestiere non è molto enfatizzata, con la seconda generazione essa diventa espressione di emancipazione e si tende a sottolinearne la natura di mestiere.

Preziosa è la duplice analisi di Alba De Cespedes e di Natalia Ginzburg. Non viene dimenticato però neanche il lavoro di Manzini, Viganò ed Elsa Morante, scrittrici che hanno avuto un'ottima accoglienza, ma che sono poi rimaste esterne ai quadri storiografici. Tra tutti, L'Agnese va a morire della Viganò è il romanzo più legato al clima neo-realista. Natalia Ginzburg e Alba De Cespedes sono autrici solitarie, in apparenza esterne alla nuova narrativa, e questo in qualche modo le svincola da un contesto culturale di riferimento – sembra che nascano dal nulla. Fonte importantissima di questo periodo sono i carteggi e le produzioni minori. È con la rivista «Mercurio» (1944-1948), realizzata e diretta da A. De Cespedes, che prende corpo l'idea che una rivista letteraria possa essere anche un’occasione di dibattito. Le due scrittrici pubblicano su «Mercurio» e discutono tra loro sulla scrittura e sulla sperimentazione di una nuova narrativa. «Mercurio» precede «Il Politecnico» di Vittorini (riviste simili pur in contesti diversi), per la quale Natalia, unica firma femminile, ha lavorato in un clima aperto e sperimentale.

Interessante è lo stretto rapporto tra il romanzo del '47 E’ stato così della Ginzburg e Dalla parte di lei pubblicato dalla De Cespedes due anni dopo. Sia perchè in entrambi i romanzi le protagoniste uccidono l'uomo amato, seppur in circostanze diverse, sia perché nell’intevallo di tempo tra queste due pubblicazioni, la Ginzburg scrive un brano su «Mercurio» intitolato Discorso sulle donne, dove parla della difficoltà di queste ad essere attive nella storia. Natalia ci dice che le donne sono risucchiate dal gorgo dell'interiorità, come da un «pozzo», a causa del loro modo «autoreferenziale» di pensare e di sentire.

Per contrastare questa tendenza, le donne dovrebbero imparare ad occuparsi delle cose del mondo. A tale articolo però la De Cespedes risponderà affermando che è proprio a questo «pozzo» che le donne attingono la loro speciale forza e che la difficoltà sta nel saper portare nella storia la contraddittorietà del mondo interiore. (Marina Zancan).

L’attività saggistica di Natalia Ginzburg

Concentriamo ora l’analisi su tre punti cardine dell’attività letteraria della scrittrice: la qualità narrativa della saggistica di Natalia, lo scopo che ha per lei lo scrivere e l’importanza attribuita alla contraddizione tra corporeità e sentimentalismo.

La sua scrittura è connotata da ironia, umanità e confronto col vissuto. Ha un obiettivo preciso che si traduce come strumento di verità e di scoperta di sé. Il suo saggismo critico è trasgressivo rispetto al genere, poiché la scrittrice non si sente portata alla critica letteraria, avvertita come un'operazione falsa che tende a truffare il prossimo. Effettua analisi interessanti su Delfini, Guerra e Fellini e negli ultimi anni mostra un grande interesse per Chêcov, Landolfi (Saggio sul paragone), Soldati (prefazione a La Finestra) e Maupassant.

Ciò che scrive non ha niente a che vedere con la cultura, bensì con la memoria e la fantasia . Si giunge ad una produzione letteraria più per istinto, che attraverso una programmazione. Natalia analizza con grande puntualità molteplici aspetti di quello che, a suo parere, è il mestiere di scrivere: è un mestiere che non tiene compagnia, non rappresenta una consolazione, né uno svago. Per scrivere cose che servono, sottolinea, bisogna sentirsi stanchi; è lo scrivere in se stesso che deve stancare e deve rifuggire dall'evasione. E’ necessario essere reticenti rispetto al proprio dolore privato (i sentimenti forti inquietano il cuore), per poter intervenire efficacemente sul “dopo”. Quando si scrive bisogna rimanere strettamente legati alla propria pagina. La scrittura, per la Ginzburg, è sempre un'invenzione; persino nel cinema neorealista (che intende «lasciar parlare i fatti») si ha, da una parte, l'aspirazione a far parlare la memoria, dall'altra, una “parola” che, in quanto artistica, letteraria, trasfigura la realtà che intende rappresentare. L’obiettivo di Natalia è chiaro: si scrive per mettere a nudo la propria verità; non bisogna né civettare, né truffare con le parole (operazione ritenuta veramente scorretta) pescate a caso fuori da noi e messe solo insieme con destrezza. Estetismo, ricerca di una consolazione o di un risarcimento sono aspetti estranei ad un mestiere che si presenta dunque molto difficile.

Questo filone di riflessioni s'interrompe attorno al '49 quando subentra la disillusione: Natalia vede una società allo sfascio, la famiglia che si spacca; nella sua produzione letteraria cresce l'auto-ironia, prevalgono i toni bassi e la dolcezza. Quel che la colpisce di più è la disgregazione della società. L’etica della sua scrittura consiste nel dire «no» ai luoghi comuni, ai pensieri imprecisi (la parola deve essere “vera”) alle incoerenze e alle ridondanze. Ritiene che si possano salvare solo Penna, Bergman e la Morante. Non ama il nostro tempo e la nostra società soggetta alla confusione tra vero e falso.

Di particolare interesse sono le considerazioni sul lavoro di Tonino Guerra, Biagio Marin e Moravia. Il suo giudizio è anti-dogmatico, non entra nel merito del valore dell’opera, ma scaturisce dalla sua personale sensibilità, che trova più o meno consonanza nel modo di scrivere dei colleghi. Di Tonino Guerra ricorda i romanzi polifonici dai toni vari, ariosi, liberi e spiazzanti e i differenti registri monologanti. Apprezza il linguaggio di Biagio Marin (in un momento in cui avverte acutamente una crisi della propria scrittura), la sostanza profonda del suo poetare che penetra attraverso il sentire dei corpi, dei comportamenti, piuttosto che le parole stesse. Il vissuto lega in un rapporto forte vita e arte. La poesia immobile, modulata e melodiosa di Marin ci consente di percepire ed evocare le atmosfere. Natalia invece non ama Io e lui di Moravia.

Aveva apprezzato la facoltà dello scrittore di muoversi nel mondo impietrito de Gli indifferenti e la sua capacità di dirigersi verso il vero. Il Moravia di Io e lui, invece, viene giudicato artificioso, una persona macchinosa, raziocinante, lambiccata e confusa, che andrebbe ricondotta alla situazione vera.

Un altro scrittore particolarmente apprezzato dalla Ginzburg è Delfini, autore rimasto ai margini dell’universo letterario ma ritenuto da lei un grande scrittore. Anch'egli (come Pavese nel Ritratto di un amico) viene descritto nel suo ambiente di vita quotidiano. Delfini non ubbidisce a imposizioni, è estroso e imprevedibile e non ha mai scritto di finte-idee (la gente però «immagina di dover amare finte-idee»). (Niva Lorenzini)

Il teatro

Il teatro della Ginzburg è un teatro di parola che si ispira a Chêcov e a Goldoni. Il primo è preso come riferimento letterario, il secondo amato per via del dialetto e per il piacere e l’attitudine a scrivere “sugli attori”. Natalia non fa nulla per convincere lo spettatore della bontà delle sue idee, non cerca di sedurlo, né di compiacerlo. In scena vengono raccontate solo le cose più importanti: ci sono interni, non c'è azione, c'è solo la parola che non deve mentire. (Niva Lorenzini)


CREDITI
Il presente articolo è stato tratto dal materiale raccolto in occasione del ciclo di incontri organizzati nel corso del 2001 dalla Biblioteca «Natalia Ginzburg» del Comune di Bologna, e curato da Roberta Ballotta, Claudio Caprini e Margaret Collina.
I primi tre incontri hanno coinciso con l'esame critico dell'attività di Natalia da parte dei docenti universitari: Marco Antonio Bazzocchi e Niva Lorenzini dell’Università di Bologna e Marina Zancan dell’Università di Roma. Gli appuntamenti sono proseguiti con tre incontri di lettura di brani tratti da libri della scrittrice: Caro Michele è stato letto e interpretato dall'attrice Margaret Collina e il romanzo Lessico famigliare è stato raccontato da Simone Maretti con letture di Marina Pitta e Alessandra Trovò di «Accademia 96». Di grande effetto e suggestione il duetto creato da Uliana Cevenini e Marina Pitta in alcune letture tratte dal libro Le piccole virtù.
L'omaggio al teatro di Natalia Ginzburg si è infine concluso con due piacevoli rappresentazioni serali: la prima presso la sede di «Humusteater», la seconda presso la sede di «Accademia 96». Ha inoltre partecipato e collaborato agli spettacoli (come pure al laboratorio teatrale sulla drammaturgia e la narrativa di Natalia Ginzburg che si è tenuto da marzo a giugno 2001) l’Associazione culturale «Ottobre-Città di Castello» diretta da Valeria Ciangottini.

A cura della Redazione Virtuale

Milano, 8 novembre 2001
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